valorizziamoci

La vita non ci offre un’opportunità di replica: perché quindi non sfruttare a fondo l’unica occasione che ci è data?

Armin Zoeggeler, campione per tutti. Non per noi…

C’è un campione italiano che tutto il mondo ci invidia. Ma, nel nostro paese, lo conoscono davvero in pochi e, quando viene citato, sul suo nome si attirano i soliti discorsi razzisti e qualunquisti legati agli sportivi nati nel Sudtirol: è italiano un atleta di nome Runggaldier, Perathoner, Karbon o Putzer che dir si voglia?

Armin Zoeggeler, in questi giorni vicino a conquistare la sua settima Coppa del Mondo nello slittino, appartiene a questa lista di “illustri sconosciuti”: è nato a Foiana, paesino al confine con il Tirolo, ma è italiano e ce lo dobbiamo davvero tenere stretto perché è uno di quei campioni che nascono ogni cinquant’anni e all’estero comprerebbero di tasca loro, se potessero. Armin ha vinto ieri la sua 40ma gara internazionale, ha conquistato due ori, un argento e un bronzo alle Olimpiadi, trionfato in ben cinque mondiali ed a 34 anni non è ancora sazio. Cosa deve fare di più, uno sportivo, per essere “santificato” dalla stampa ed essere assunto a modello da imitare, specialmente per i giovani?

Il buon Zoeggeler sconta due colpe essenziali in un paese classista come l’Italia: ha un cognome straniero, fenomeno evidentemente molto grave in una nazione dove un lombardo guarda ancora di traverso chi si chiama Esposito e un meridionale storce il naso di fronte a un Fumagalli o un Brambilla…

Ma, soprattutto, il brigadiere Zoeggeler (va rivolto l’ennesimo grazie alle forze armate per il contributo fondamentale dato allo sport azzurro) non pratica uno sport d’èlite, uno di quelli in cui il denaro fluttua e rende gli sportivi delle autentiche star mediatiche: quindi, in quanto tale, deve espiare la sua colpa rimanendo nell’anonimato. Anzi, se chiamato a recitare la parte da star (come successo al Festival di Sanremo, due anni fa, dopo il trionfo a Torino 2006), viene quasi deriso per i suoi silenzi e i suoi modi di fare da persona per bene. Schiva, ma per bene. Forse, in Italia, chi si dedica al lavoro e alla fatica quotidiana per raggiungere un obiettivo, senza concedersi alle “pailettes”, non è degno di essere considerato un vero campione. Nemmeno se rischia la vita scendendo a bordo di una slitta sfiorando i 120 km/h ed è costretto ad allenarsi all’estero per mancanza di impianti all’altezza. Nemmeno di fronte ad un palmares da urlo, che lo rende una star vera solo oltreconfine. Purtroppo…

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