Tra le tante malattie che purtroppo affollano la nostra realtà quotidiana, ce n’è anche una meno veicolata ma altrettanto pericolosa: la febbre per il gioco d’azzardo. La parola gioco svia, perché esso può definirsi tale solo quando costituisce un hobby o un diversivo, senza che vi siano investite grosse cifre di denaro: quando, al contrario, rovina la psiche di intere persone e delle loro famiglie, diventa a tutti gli effetti un cancro difficile da debellare. Esattamente come l’alcolismo o la somministrazione di sostanze stupefacenti, tunnel dai quali non è mai facile uscire. Bisogna curarsi, non c’è altra via.
Prendete ad esempio la storia di Graham Calvert, 28 anni, residente nell’Inghilterra settentrionale: in due anni ha perso qualcosa come 2,8 milioni di euro in scommesse sportive di ogni tipo ed ora, dopo essere andato in bancarotta ed aver mandato a rotoli il proprio matrimonio, esige che l’agenzia William Hill (il più importante tra i broker britannici) gli rimborsi al cento per cento le sue spese. Questa la motivazione: “dovevano proibirmi di giocare”. Difficile pensare che il sig. Calvert vinca la causa, tuttavia la sua vicenda – singolare, ma meno di quanto si possa immaginare – apre lo spazio ad un dibattito costruttivo.
Ovvero: non sarebbe giusto stabilire un tetto massimo di giocata per le scommesse sportive? D’accordo, i tempi del Totocalcio sono lontani e forse è anche un bene, perché si possono effettuare più vincite (seppur di minor portata) con il nuovo genere di pronostici basati sulle quote, ma chi frequenta con una certa assiduità i punti SNAI si rende conto di quanto il gioco d’azzardo – specie relativamente alle gare ippiche – sia ormai il vero svago di molte persone. La parola svago implica però nella sua dicitura una forma di diletto che, in questi casi, è ormai scomparsa: la scommessa è un germe che nasce dentro ed è difficile debellare, assomiglia in tutto e per tutto ad una droga.
Più vinci e più vuoi puntare, con cifre sempre maggiori; più perdi e più giochi per provare a pareggiare il conto. Fissare dei limiti non consentirà magari di dare un freno alla smodata passione per il gioco, ma qualche matrimonio come quello del sig. Calvert forse si potrà salvare. Anche se ogni buon scommettitore dovrebbe farsi guidare dall’intelletto e mettersi automaticamente dei freni dettati dalla ragione, senza che vi sia un’autorità pronta a farlo al posto suo…
