valorizziamoci

La vita non ci offre un’opportunità di replica: perché quindi non sfruttare a fondo l’unica occasione che ci è data?

Archivio per Andrea Bargnani

Semplicemente Il Mago

Pochi lo conoscevano quando arrivò negli States, l’estate scorsa, per partecipare alle selezioni in vista del draft che consente alle squadre NBA di scegliere i migliori giovani di tutto il mondo: gli addetti ai lavori americani faticavano a pronunciare il suo nome, i colleghi americani credevano che quel ragazzone bianco non potesse che essere l’autista di qualche giovane talento a stelle e strisce. Lo ignoravano, o forse fingevano di farlo per dimostrare che, di fronte ad una palla a spicchi, un uomo USA non può avere paura di un italiano “pizza e mandolino”. Il 28 giugno 2006, tuttavia, capirono tutti che era il caso di approfondire la conoscenza e non limitarsi alle apparenze: Andrea Bargnani, proprio lui, era il primo europeo nella storia ad essere chiamato nel mondo del basket professionistico come prima scelta assoluta. Una data storica per la pallacanestro nostrana, che finalmente poteva vantare un proprio uomo nell’Olimpo della NBA.

Del resto, il giocatore dei Toronto Raptors aveva già avuto dei segni, nel corso della sua pur giovane carriera, che lo elevavano al grado di predestinato. Dotato da Madre Natura di un’altezza imponente (213 cm) ma altresì di mani “dolci” da pianista, il romano non poteva che fare del basket la propria ragione di vita fin da giovane, quando indossò nella sua città la maglia della Stella Azzurra. Più che un nome di club, un altro segno del destino. Come quando, arrivato nel 2003 a Treviso, il compagno Ricky Pittis gli mise addosso quel soprannome che lo ha reso celebre tra gli appassionati: Il Mago. Venne in modo casuale (per assonanza con il cognome) ma non poteva descrivere al meglio le sue movenze sul parquet. Un fisico da pivot abbinato al genio cestistico di un playmaker, tanto forte sotto canestro quanto devastante nelle penetrazioni. Lasciarlo tirare potrebbe essere la soluzione per marcarlo, se non fosse che il ragazzo sa tirare con facilità dalla grande come dalla media distanza: è un rebus per chi deve occuparsene in fase difensiva. Che, peraltro, rappresenta anche il suo attuale limite: il metro arbitrale dell’ NBA lo vede ancora faticare nella propria metà campo, dove è troppo incline al fallo e ancora poco mobile sulle gambe.

Ma, particolare non trascurabile, ha solo 21 anni e il futuro davanti. E un presente decisamente roseo. Dopo un inizio difficile, con il macigno delle attese che aveva rischiato di schiacciarlo, Andrea ha iniziato a fare la voce grossa anche con la maglia di Toronto, seguendo lo stesso processo di crescita che ebbe alla Benetton, quando crebbe nel tempo fino a vincere lo scudetto nel maggio scorso. Dirk Nowitzki lo ha già incoronato suo erede e, anche negli USA, è ormai per tutti “Il Mago”. E’ forse questa la sua vittoria più grande.

Semplicemente Il Mago

Pochi lo conoscevano quando arrivò negli States, l’estate scorsa, per partecipare alle selezioni in vista del draft che consente alle squadre NBA di scegliere i migliori giovani di tutto il mondo: gli addetti ai lavori americani faticavano a pronunciare il suo nome, i colleghi americani credevano che quel ragazzone bianco non potesse che essere l’autista di qualche giovane talento a stelle e strisce. Lo ignoravano, o forse fingevano di farlo per dimostrare che, di fronte ad una palla a spicchi, un uomo USA non può avere paura di un italiano “pizza e mandolino”. Il 28 giugno 2006, tuttavia, capirono tutti che era il caso di approfondire la conoscenza e non limitarsi alle apparenze: Andrea Bargnani, proprio lui, era il primo europeo nella storia ad essere chiamato nel mondo del basket professionistico come prima scelta assoluta. Una data storica per la pallacanestro nostrana, che finalmente poteva vantare un proprio uomo nell’Olimpo della NBA.

Del resto, il giocatore dei Toronto Raptors aveva già avuto dei segni, nel corso della sua pur giovane carriera, che lo elevavano al grado di predestinato. Dotato da Madre Natura di un’altezza imponente (213 cm) ma altresì di mani “dolci” da pianista, il romano non poteva che fare del basket la propria ragione di vita fin da giovane, quando indossò nella sua città la maglia della Stella Azzurra. Più che un nome di club, un altro segno del destino. Come quando, arrivato nel 2003 a Treviso, il compagno Ricky Pittis gli mise addosso quel soprannome che lo ha reso celebre tra gli appassionati: Il Mago. Venne in modo casuale (per assonanza con il cognome) ma non poteva descrivere al meglio le sue movenze sul parquet. Un fisico da pivot abbinato al genio cestistico di un playmaker, tanto forte sotto canestro quanto devastante nelle penetrazioni. Lasciarlo tirare potrebbe essere la soluzione per marcarlo, se non fosse che il ragazzo sa tirare con facilità dalla grande come dalla media distanza: è un rebus per chi deve occuparsene in fase difensiva. Che, peraltro, rappresenta anche il suo attuale limite: il metro arbitrale dell’ NBA lo vede ancora faticare nella propria metà campo, dove è troppo incline al fallo e ancora poco mobile sulle gambe.

Ma, particolare non trascurabile, ha solo 21 anni e il futuro davanti. E un presente decisamente roseo. Dopo un inizio difficile, con il macigno delle attese che aveva rischiato di schiacciarlo, Andrea ha iniziato a fare la voce grossa anche con la maglia di Toronto, seguendo lo stesso processo di crescita che ebbe alla Benetton, quando crebbe nel tempo fino a vincere lo scudetto nel maggio scorso. Dirk Nowitzki lo ha già incoronato suo erede e, anche negli USA, è ormai per tutti “Il Mago”. E’ forse questa la sua vittoria più grande.

All Star Game NBA: spettacolo vero?

Inizia stanotte, a New Orleans, la tre giorni che nessun appassionato di basket intende perdersi: l’All Star Weekend dell’NBA, ossia il campionato professionistico americano che racchiude al suo interno tutti i migliori giocatori del mondo. Tra questi, anche due italiani: Marco Belinelli e Andrea Bargnani. E, se quest’ultimo sarà presente per il secondo anno consecutivo all’evento partecipando alla gara inaugurale tra “rookie” (atleti al primo anno NBA) e “sophomore” (secondo anno NBA), per il bolognese l’impatto con la lega americana è stato decisamente duro: poca panchina, pochissimo campo, canestri neanche a parlarne.

Il dibattito che vorrei però porre all’attenzione non riguarda solo il basket e l’evento in particolare, pronto a vivere il suo apice emozionale con la gara delle schiacciate di sabato e la partita tra i migliori delle due conference la domenica. La domanda è: cosa si intende davvero per sport spettacolo? A mio avviso, questo tipo di eventi sono più che altro un mero esercizio balistico, godibile finché si vuole ma pur sempre slegato dall’agonismo vero che si respira in un campionato. Chiedete ad un appassionato della palla a spicchi, ma anche di altri sport (il calcio non ne fa parte) in cui esiste una fine settimana dedicato alla cosiddetta “gara delle stelle”, se preferisce ammirare una gara delle schiacciate fine a se stessa oppure una partita vera, combattuta punto su punto fino al suono della sirena: in ben pochi, vi assicuro, opteranno per la prima soluzione.

Perché lo sport tocca l’apice spettacolare nel momento in cui anche l’agonismo viaggia di pari passo con esso: lo show vero è rappresentato da due squadre che onorano il proprio sport nella maniera più alta, lottando per la vittoria e contro se stessi, nel tentativo di superarsi e sconfiggere quindi l’avversario. Questo è il vero show nello show, il resto è solo spettacolo ad uso e consumo della platee televisive e dei maghi del marketing. Ma non è vero sport. Molto spesso, infatti, i re delle schiacciate (anche se quest’anno, bisogna ammetterlo, il cast è davvero eccellente) sono poco più di umili panchinari chiamati in causa sporadicamente dagli allenatori. Perché questi, qualunque sport sia, sanno bene che per vincere ci vuole la sostanza: la difesa, il coraggio, l’altruismo, il talento, l’intelligenza cestistica. Le schiacciate, pur belle e spettacolari, valgono due punti esattamente come ogni altro tipo di canestro. Forse procurano qualche applauso in più ma, al termine di un incontro, il tifoso si ricorderà solo una cosa: se la propria squadra ha portato a casa la vittoria, il resto non conta…

All Star Game NBA: spettacolo vero?

Inizia stanotte, a New Orleans, la tre giorni che nessun appassionato di basket intende perdersi: l’All Star Weekend dell’NBA, ossia il campionato professionistico americano che racchiude al suo interno tutti i migliori giocatori del mondo. Tra questi, anche due italiani: Marco Belinelli e Andrea Bargnani. E, se quest’ultimo sarà presente per il secondo anno consecutivo all’evento partecipando alla gara inaugurale tra “rookie” (atleti al primo anno NBA) e “sophomore” (secondo anno NBA), per il bolognese l’impatto con la lega americana è stato decisamente duro: poca panchina, pochissimo campo, canestri neanche a parlarne.

Il dibattito che vorrei però porre all’attenzione non riguarda solo il basket e l’evento in particolare, pronto a vivere il suo apice emozionale con la gara delle schiacciate di sabato e la partita tra i migliori delle due conference la domenica. La domanda è: cosa si intende davvero per sport spettacolo? A mio avviso, questo tipo di eventi sono più che altro un mero esercizio balistico, godibile finché si vuole ma pur sempre slegato dall’agonismo vero che si respira in un campionato. Chiedete ad un appassionato della palla a spicchi, ma anche di altri sport (il calcio non ne fa parte) in cui esiste una fine settimana dedicato alla cosiddetta “gara delle stelle”, se preferisce ammirare una gara delle schiacciate fine a se stessa oppure una partita vera, combattuta punto su punto fino al suono della sirena: in ben pochi, vi assicuro, opteranno per la prima soluzione.

Perché lo sport tocca l’apice spettacolare nel momento in cui anche l’agonismo viaggia di pari passo con esso: lo show vero è rappresentato da due squadre che onorano il proprio sport nella maniera più alta, lottando per la vittoria e contro se stessi, nel tentativo di superarsi e sconfiggere quindi l’avversario. Questo è il vero show nello show, il resto è solo spettacolo ad uso e consumo della platee televisive e dei maghi del marketing. Ma non è vero sport. Molto spesso, infatti, i re delle schiacciate (anche se quest’anno, bisogna ammetterlo, il cast è davvero eccellente) sono poco più di umili panchinari chiamati in causa sporadicamente dagli allenatori. Perché questi, qualunque sport sia, sanno bene che per vincere ci vuole la sostanza: la difesa, il coraggio, l’altruismo, il talento, l’intelligenza cestistica. Le schiacciate, pur belle e spettacolari, valgono due punti esattamente come ogni altro tipo di canestro. Forse procurano qualche applauso in più ma, al termine di un incontro, il tifoso si ricorderà solo una cosa: se la propria squadra ha portato a casa la vittoria, il resto non conta…